Lost in souk

~II^ giorno~ 

Apriamo gli occhi sotto il soffitto rosso veneziano con decorazioni al centro nell'inconfondibile stile. 
Il risveglio è duro, la stanchezza si fa sentire, gli occhi sono gonfi, i movimenti rallentati. Ma l'adrenalina di essere in un posto esotico, caldo e tutto da scoprire, ha la meglio.
Beh! Per Fab c'è poco da scoprire a Marrakech... Una città che conosce bene. Ma speriamo si riveli la miglior compagnia per questo viaggio alla scoperta dei volti delle kasbah, al cielo stellato del Maghreb, a questo viaggio da mille e una notte. 

La colazione è tipicamente marocchina: inizia con un delizioso tea alla menta servito da una gentilissima signora che ci parla in francese. Il sorriso le parte dagli occhi color nocciola, i capelli sono raccolti in un foulard bianco, si muove sicura dentro alla sua divisa variopinta nel poco spazio tra la piscina centrale, tipica dei riad, e le colonne della struttura. Ci serve i miei amati mesmen, una sorta di pancake marocchini, poi i baghrir che macchiamo con l'ottimo miele. Non ci limitiamo al nettare delle api, perché anche le marmellate sono superlative, così come la spremuta d'arancia... che sa per davvero d'arancia!!! 

Il giro in città comincia al palazzo  insuperabile di nome e di fatto: Al Badii.
Nel XVI secolo, quando venne realizzato dal sultano El Mansour, era considerato uno degli edifici più grandiosi dell'intero mondo musulmano. Nonostante Moulay Ismail in dieci anni lo spogliò di tutte le sue ricchezze che riutilizzò per il suo palazzo a Meknes, resta uno spettacolo maestoso per gli occhi del XXI secolo. Le enormi piscine immerse in immensi giardini verdi e le pareti in pisé con i loro soffitti un tempo erano arricchite da marmi di Carrara (Italia sempre presente), mosaici, stucchi e lamine di oro. 

Proprio qui, ancora oggi, è custodito uno dei pochi tesori almoravidi esistenti, un bellissimo minbar del 1139, l'antico pulpito della Koutoubia. 

Proprio il minareto della moschea de la Koutoubia è il punto di riferimento per muoversi ed orientarsi a Marrakech. È il simbolo della città, pare sia l'edificio più antico al mondo, risale al XII secolo e a detta dei marocchini è il più bello della terra. 

Di sicuro è differente dai minareti che abbiamo ammirato in Medio Oriente, che sono a forma di colonna. Questo qui pare sia stato ispirato al mitico faro di Alessandria d'Egitto, una delle sette meraviglie del mondo antico. In cima si notano quattro sfere dorate: la leggenda narra che siano nate dalla fusione dei gioielli di una delle mogli del sultano El Mansour, che volle punirla così dopo aver scoperto che essa aveva interrotto il ramadan mangiando tre grappoli di uva in una giornata. 

Come detto, la vista del minareto ci accompagna una volta usciti dall'altro palazzo, quello de la Bahia, poco distante da Al Badii. Il nome significa letteralmente il radioso e fu costruito da uno schiavo divenuto visir, governò grazie a violenza e intrighi e passa alla storia come un corrotto. Degli otto ettari su cui si estende Bahia, si può visitare veramente poco, i quanto il palazzo ancora oggi è usato dalla famiglia reale come alloggio per gli ospiti; ma sicuramente vale la pena visitarlo per le sue ricche decorazioni e i cortili interni rigogliosi. 

Noi qui abbiamo deciso anche di sostare un po' all'ombra dei rigogliosi alberi di arancio, dove una simpatica signora bionda con un accento misto tra canadese e calabrese interviene in un nostro dialogo, riguardante gli sguardi curiosi dei marocchini sul bel vestito indossato dalla mia compagna di viaggio.
Intanto approfittiamo per un prelievo di dirham, per acquistare dell'acqua. La tentazione è forte e stacco un'arancia da uno degli alberi che adornano il vialetto d'ingresso... Mio Dio quanto è aspro!!! 
Gli occhi strabuzzano e scoppiamo a ridere. 

Ci perdiamo nel quartiere arabo di Marrakech, invitati a passare per una scorciatoia, ovvero il corridoio di un hammam pubblico. Ci ritroviamo persi in vicoli e vicoletti pieni di bambini. La nostra attenzione è rapita da un piccolo ometto che non avrà avuto nemmeno quattro anni, che gestisce sei o sette pulcini, di cui un paio colorati. Si avvicina a noi con uno di essi quasi ad imitare gli adulti nell'atto del proporre merce da vendere. 
Purtroppo la sinagoga è chiusa, il sabato è giorno di shabbat. 

Non vediamo mai l'orologio come nostra sacra abitudine e incamminandoci verso il souk ci fermiamo in piazza Ferblantiers. In pieno quartiere ebraico. È qui che conosciamo Youssef, un ragazzo con un sorriso umido, molto garbato e solare, che parla un ottimo italiano, come molti qui.

Gestisce l'erboristeria della piazza, si rivela subito molto affabile nei modi e ci invita a bere un tea marocchino dell'ospitalità tra le numerose spezie esposte sotto la sua tettoia, in un tripudio di odori e colori. 
Ci stringiamo la mano dandoci la parola di rivederci al più tardi domani per comprare qualcosa e ci fa qualche regalo. 

Ci immergiamo quindi nell'enorme souk di Marrakech in direzione della scuola coranica.

 Le soste sono infinite attirati dallo spettacolare brulicare del souk, con i mercanti che ci chiamano e mostrano la loro mercanzia, le pacche sulle spalle e i sorrisi.
Le spezie e gli unguenti sono ovunque. 

Passiamo tra urla strazianti di una gallina pronta per diventare il pranzo di qualcuno e forti odori di kebab, la carne allo spiedo cucinata sulla brace nel mezzo di un mercato di frutta e verdura. Gli spazi che si aprono sono piccole piazzette curate circondate da bar e ristorantini. 

Arriviamo alla Medrassa Ben Youssef, la scuola coranica di Marrakech. Merita sempre una visita ed è un'ottima location per delle belle foto. Una volta fuori e contenti del nostro giro in secoli di storia arabo-marocchina, ci sediamo di fronte all'ingresso ad ammirare la scritta araba: "Oh tu che attraversi questa porta, possano le tue più grandi aspirazioni trovare realizzazione". 

Ci avvicina una bella donna marocchina che vende bracciali. Jamila ha un bel sorriso, perfetto, incastonato tra due alte gote, dove poggiano gli occhi, due gocce di nocciola. La pelle olivastra è molto liscia e sul capo indossa un foulard a proteggersi dal sole, ma anche a nascondere i suoi tanti capelli color pece. La bellezza del suo viso fa a botte con i calzini bianchi di spugna ai piedi dentro ciabatte di gomma stile Fregene: un mix tra un tedesco fricchettone e un barese di bEri vecchia!

Abbiamo tanta sete, ma gni volta che ci fermiamo a comprare acqua perdiamo un bel po' di tempo a parlare con i venditori. Prima con Mohammed per prendere acqua, poi con due fratelli che lavorano il legno aiutandosi col piede scalzo, infine con il sosia di Omar Sharif che ha prodotti di erboristeria. 

Molti ci elencano vecchi calciatori della nazionale italiana e ci ricordano che, ahinoi, per la seconda volta non parteciperemo al Mondiale di calcio.
Un venditore abbastanza in forma, con una barba più bianca che brizzolata ci ferma attratto dagli occhiali da sole sportivi. È disposto a regalarci un po' di sapone per avere questi occhiali. Trattativa lunga e tra scherzi e battute "vince" lui... gli occhiali in cambio di una boccetta di olio di Argan.

In realtà l'affare lo facciamo noi... gli occhiali valgono davvero poco e sono stati trovati qualche tempo fa. 
L'importante è che entrambi ci salutiamo soddisfatti del baratto. 

Il souk è uno show senza sipario e a noi piace molto il teatro, per cui ci facciamo rapire da urla, suoni, odori, colori,

fino ad arrivare in piazza delle spezie per salire sulla bella terrazza panoramica del Cafe des Epices e mangiare un buon tagine sorseggiando tea alla menta con la vista del brulicare dei venditori di spezie berberi sotto l'ombra perenne della Koutubia.


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